Non c’è silenzio più tacito di quello dell’anima. Senza speranza, senza futuro. E, purtroppo, per molte persone in questo periodo il silenzio si fa assordante, fino a farle perdere. Ha un nome che fa tremare: depressione.
Non ha sempre delle manifestazioni eclatanti, spesso ti fa scendere la china pian piano, inizia in modo quasi innocuo, come un ritornello che canticchi tra i denti e sulle cui note diventi ogni giorno più cupo, più solo.
E poi, a certo punto, l’assenza completa e totale di gioia di vivere scivola ineluttabilmente verso un senso di inutilità e, infine, nel dolore. I giorni si sono scoloriti, le emozioni si sono sbiadite, i desideri non sono più desiderati; di fatto, vivi in un mondo in bianco e nero.
Ti trovi fagocitato dall’immensità del dolore. Un dolore stupefatto, inaspettato e paralizzante. Senza una ragione apparente, in una progressione esponenziale, il dolore di esistere diventa sempre più ingombrante, arrivando ad occupare un posto preponderante nelle tue giornate e nei tuoi pensieri.
Ed il ritornello di fondo ormai è assordante, ossessivo, ti accompagna in ogni atto della tua vita, fino a non lasciarti più spazio. Sei triste sempre: quando mangi, quando dormi, perfino quando sogni. La tristezza diventa sofferenza, viva, corrosiva, come se avessi una piaga aperta nell’anima.
Un’’intensità di dolore stupefacente e, in qualche modo, la tua capacità di sopportarlo.
Apparentemente non era cambiato nulla. Sei cambiato tu..
“Buio. Un buio spesso e denso. Questo buio è dentro di me, è intorno a me, dilaga e si espande escludendo il mondo che è fuori. So che finché rimango in questa specie di limbo sono al sicuro, stemperando in un disegno sfumato di sonno-veglia ogni mostro e ogni terrore.
Ma, da qualche parte, qualche cosa si muove e comincio a percepire i suoni attutiti che precedono l’alba. Piccoli rumori quotidiani, l’acqua che scorre da qualche parte, una tapparella alzata, il tram che passa.
E’ come riemergere da un abisso profondo, con fatica, arrancando metro dopo metro verso la superficie della coscienza… e in un attimo è dolore. Semplice. Puro. Affilato.
Una piena contro cui non ho difesa, non ho fuga. Richiudo gli occhi a negare tutto questo orrore, ma non serve.
L’immensità di questa sofferenza si fa strada nella mia mente, mi penetra la carne, il cuore ed il cervello. Il dolore scorre come pece bollente nelle vene: dovunque tocca fa male.
“Dio mio, no! Non posso vivere ancora un altro giorno così!” L’urlo panico mi sale alle labbra, senza che io emetta alcun suono: non ci sono parole per dirlo.
Sono di nuovo di fronte all’agonia di un nuovo giorno. E’ fatta di un dolore semplicissimo, lineare, che non ha misteri né speranza, che mi inchioda a questo non-esistere. Come i giorni che hanno preceduto questo, mi domando perché, perché proprio a me, di quale colpa mi sono macchiata per meritarmi tutto questo.
Sento il peso che ho imparato a conoscere: è la voglia di pianto che mi schiaccia il cuore, che mi toglie il respiro, che mi si è congelata dentro e sale in gola, soffocandomi. Ma non esce un suono.
Perché non ci sono parole per descrivere quello che provo.
Solo silenzio.”
Ma forse c’è un altra possibilità di vedere le cose…

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